Articolo scritto da Francesco Bocci

Come scrisse Freud, il lutto non riguarda solo la m0rte in senso stretto ma ogni tipo di perdita di ciò che amiamo; e nel mondo digitale, anche un personaggio fittizio può diventare oggetto di affetto e attaccamento.

Ricordo ancora la prima volta che un videogioco mi ha fatto piangere. Avevo passato decine di ore a livellare il mio party in Final Fantasy VII, affezionandomi ai personaggi come fossero amici. Quando Aerith venne uccisa improvvisamente in una scena straziante, rimasi impietrito col controller in mano. Quella perdita virtuale mi colpì nel profondo, quasi fosse reale. Per noi gamer la m-rte on-screen è spesso un evento quotidiano – quante volte siamo “m-rti” in un platform o in uno sparatutto solo per riprovare un attimo dopo? Eppure, ci sono momenti in cui la m-rte e la perdita nei videogiochi smettono di essere un semplice game over e diventano esperienze emotive intense, capaci di insegnarci qualcosa su noi stessi.


Game Over – una “fine” virtuale: meccanica di gioco o esperienza emotiva?

In molti giochi la m-rte del personaggio è solo una meccanica: un ostacolo temporaneo da superare. Pensiamo ai classici platform dove hai tre vite, o agli sparatutto in cui basta ricaricare il checkpoint. In questi casi “morire” fa parte del processo di apprendimento: sbagli, game over, ricominci e impari dai tuoi errori. Come nota lo sviluppatore Roberto Semprebene


“la m-rte, lungi dall’essere un momento conclusivo, nel videogioco è un meccanismo di apprendimento” .


Il fallimento nel gameplay ci stimola a migliorare, ad affinare la strategia. Quante volte in Dark Souls o Sekiro siamo caduti davanti a un boss solo per studiarne i pattern d’attacco e risorgere più determinati di prima? In questi titoli la m-rte è una compagna di viaggio costante, un maestro severo che però rende la vittoria finale ancor più gratificante. 

Dall’altro lato, il medium videoludico è maturato al punto da rappresentare la m-rte non solo come punizione di gioco ma come evento narrativo dal forte impatto emotivo. Oggi esistono titoli in cui la scomparsa di un personaggio non comporta “continua” o restart, bensì porta avanti la storia e lascia cicatrici nel giocatore. La m-rte virtuale è diventata metafora di quella reale: un momento che può commuovere, far riflettere e perfino aiutare ad elaborare emozioni autentiche. In giochi di simulazione di vita come The Sims, ad esempio, i personaggi possono m-rire e i loro cari li piangono; alcune espansioni permettono perfino di organizzare funerali virtuali, dando ai giocatori un modo sicuro per elaborare il lutto . Perfino in un colorato titolo Nintendo come Animal Crossing: New Horizons, durante la pandemia c’è chi ha creato cimiteri e memoriali nell’isola virtuale, per onorare amici o parenti scomparsi . Segnali come questi mostrano quanto i videogiochi siano diventati spazi dove confrontarsi con il tema della perdita in modo significativo.

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Quando un gioco ti spezza il cuore

Alcune perdite nei videogiochi ci restano impresse per anni. Oltre alla già citata Aerith di FFVII, pensiamo a The Last of Us: l’incipit del primo capitolo ci mette di fronte alla m-rte della figlia di Joel in maniera brutale e inaspettata. In pochi minuti passiamo dall’adrenalina alla disperazione, sperimentando sulla nostra pelle virtuale lo shock e il vuoto che prova il protagonista. Molti di noi hanno dovuto mettere in pausa il gioco un attimo, scossi da quella scena. Da lì in poi, ogni passo in The Last of Us è intriso del fantasma di quella perdita, e il gioco ci chiede di portarne il peso emotivo durante tutta l’avventura. Un altro esempio indimenticabile è The Walking Dead della Telltale Games. Qui non assistiamo passivamente alla m-rte di un personaggio: siamo chiamati a scegliere in situazioni impossibili chi salvare e chi lasciare indietro. Alla fine della prima stagione, quando la giovane Clementine deve affrontare l’inevitabile destino del suo mentore Lee, il giocatore è messo di fronte a una delle decisioni più strazianti mai viste. In quel momento mi sono reso conto che tenevo a quei personaggi come a persone vere.

Ho provato tristezza, rabbia, impotenza – emozioni reali scatenate da una vicenda interattiva.

Persino titoli dal forte elemento d’azione possono riservare colpi al cuore. Red Dead Redemption ci fa vivere l’epilogo amaro di un protagonista che abbiamo amato, lasciandoci con un senso di ingiustizia e malinconia difficile da scrollarsi di dosso. In Shadow of the Colossus, il silenzioso sacrificio di Agro, il fidato cavallo del protagonista, ci coglie di sorpresa e ci insegna quanto sia alto il prezzo per perseguire un obiettivo ossessivo. E che dire di Brothers: A Tale of Two Sons? Questo gioco ci fa letteralmente sentire l’assenza di una persona cara attraverso il gameplay: quando uno dei due fratelli muore durante il viaggio, il controller perde metà delle sue funzioni, costringendoci a proseguire l’avventura con un vuoto tangibile, esattamente come il giovane protagonista rimasto solo. 

Queste esperienze dimostrano il potere unico del videogioco: ci fanno vivere la perdita in prima persona, non come semplici spettatori di un film. Ci ritroviamo coinvolti affettivamente, magari senza accorgercene, finché la narrazione non ci strappa via quel compagno di avventure o quel protagonista a cui tenevamo. Il dolore che proviamo è sincero e ci fa capire quanto forte possa essere il legame emotivo con personaggi di fantasia. In fondo, quando costruisci ricordi condivisi con un compagno virtuale – che sia combattere fianco a fianco in un RPG o esplorare terre desolate in un open world – la sua perdita può risuonare dentro di te come quella di un amico.

Sul tema del lutto e il rapporto col game design ne aveva parlato anche la Dott.ssa Alessandra Micalizzi qui su Play Better.

Come scrisse Freud, il lutto non riguarda solo la m-rte in senso stretto ma ogni tipo di perdita di ciò che amiamo ; e nel mondo digitale, anche un personaggio immaginario può diventare oggetto di affetto e attaccamento.

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