Un viaggio di psicosintesi emotiva attraverso il gameplay.
Articolo scritta da Alessandra Micalizzi
Un incidente. Solo un incidente. Eppure, un vissuto improvviso può rivelarsi catastrofico o semplicemente essere l’inizio di una trama videoludica. Last Day of June è un esempio interessante, sia dal punto di vista narrativo che di engagement, di come un gioco digitale possa trasformarsi nel contesto ideale per sperimentare in modo proiettivo emozioni indicibili, come quella della perdita.
Nessun dettaglio, né grafico né di gameplay, è lasciato al caso: al contrario ciascun elemento costituisce la trasposizione di una delle fasi del lutto, il processo di elaborazione che accompagna ogni perdita. Ed è questa la potenza evocativa e sintetica del gioco, immergerci in una narrazione attiva in cui siamo proiettati a ripercorrere in un contesto sicuro tutte le fasi di uno dei più classici modelli noti sull’elaborazione del lutto: negazione e isolamento iniziale (negazione- isolamento), rabbia, baratto o contrattazione (contrattazione), depressione e accettazione.
Tra le tante origini etimologiche alla parola lutto è riconosciuto anche quella di strappo: perché non ci si limita a perdere qualcuno e qualcosa – la quotidianità, i vissuti, lo scambio emotivo – ma è anche lacerazione, la più atroce e la più profonda. Gli strappi si possono ricucire: in questo consiste il lavoro del lutto, ma niente sarà più come prima. Niente. Le ferite lasciano il posto alle cicatrici e quello che tecnicamente è “essere a lutto” si trasforma, in modo generativo, in un “avere un lutto”, un’esperienza che viene ricollocata nella propria biografia.
Game design per il benessere psicologico
Il gioco, sviluppato dallo studio italiano Ovosonico, mette in essere questo racconto e coinvolge giocatori e giocatrici in un racconto in prima persona che diviene una gara, una strategia, una forma di ostinazione, contro il destino che separa Carl dalla sua amata, June.
Attraverso meccaniche di gioco che permettono di rivivere e modificare eventi passati, il player è immerso in un viaggio emotivo che esplora il lutto, la colpa e infine l’accettazione.
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La forza di “Last Day of June” risiede nella sua capacità di creare un’esperienza empatica profonda. Senza l’uso di dialoghi verbali, il gioco comunica emozioni attraverso espressioni visive, musica evocativa e una narrazione non lineare. Questo approccio permette a chi decide di incarnare il protagonista di proiettare i propri sentimenti, facilitando un processo di elaborazione emotiva personale.
Oltre alla poetica narrativa e artistica, espressa da ambientazioni oniriche rievocate tramite una contestualizzazione in un tempo che non è mai definito ma è sempre liminale, il gioco ha il potere – e la scelta del termine non è casuale – di sorprenderci ancora una volta. Il lavoro del lutto è un processo elaborativo e al tempo stesso trasformativo. E, senza fare spoiler, il gioco è capace di restituire questa trasformazione evolutiva con un artifizio narrativo che sorprende, emoziona, commuove e aiuta ad accettare.
L’analisi del gioco attraverso le sue dimensioni narrative ci aiuta ad evidenziare le potenzialità di quest’ultimo e la sua efficacia in percorsi psico-educativi alla presa di consapevolezza del lutto e del cordoglio come momenti della vita.
Il nostro tempo ci ha costretti ad un allontanamento della morte dalla quotidianità e questo implica una naturale diseducazione a una elaborazione fisiologica di questo vissuto. Last day of June si presta, dunque, a essere utilizzato come materiale di riflessione e al tempo stesso come contesti di apprendimento e di psicoeducazione del lutto e della sua accettazione.
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