Povera Italia: I Videogiochi Raccontano Generazioni Smarrite.

Speciale Intervista allo Studio Ortica di Ambra Ferrari


I videogiochi possono farsi portatori di messaggi che risuonano con le nostre esperienze personali, generando riflessioni intime. In particolare, i titoli indie, tendenzialmente distaccati dalle logiche “piacione” del mercato, rappresentano una finestra sulle menti di chi li crea. Così, gli Autori diventano portabandiera di pensieri ricorrenti, sintomi, e sofferenze tipiche di ogni generazione. 

Ad esempio, nel 2022, Wrong Organ ha creato How Fish Is Made, in cui interpretiamo una sardina che si risveglia, improvvisamente, nelle fogne. Ogni pesce che incontreremo sarà in preda al panico e ci chiederà, con insistenza: «alla fine del tubo, andrai verso l’alto o verso il basso??». Questo titolo trasmette tutto il peso di dover scegliere il percorso professionale che plasmerà il resto della nostra vita. Senza sapere nulla di dove ci troviamo e cosa ci aspetti alla fine del tunnel.

La percezione contemporanea è che, allo smarrimento tipico di questa fase della vita adulta, che si allunga sempre di più a causa di difficoltà economiche e sociali, spesso si somma un ambiente apertamente ostile.

Mors tua vita mea.

Questa triste storia viene raccontata da uno studio italiano, lo Studio Ortica, composto da Nicola Dau, Luca Folino, e Samuele Petrucci. 

Loan Shark racconta di un giovane italiano che si è indebitato per acquistare la sua barca da pesca. Ora lo strozzino rivuole i suoi soldi. Luca e Nicola ci hanno parlato dei retroscena di questo titolo e della loro prospettiva sulle sfide generazionali:

  • Da dove nasce l’idea per Loan Shark, e perché avete deciso di raccontare questa storia?  

Nicola: Sapevamo di voler fare un gioco in cui eri su una barchetta di notte a pescare, perché avevamo un prototipo fatto da Samuele, il nostro artista. Cerchiamo con ogni gioco di esprimere qualcosa di specifico, dunque una delle prime cose che abbiamo fatto è trovargli una storia che valesse la pena raccontare. Una delle idee nate dal nostro brainstorming era che ti aspettassero gli strozzini a terra. Ho vissuto da molto piccolo la paura che ti pignorassero la casa; dunque, mi aveva risuonato molto l’idea di raccontare una storia del genere.

In realtà, sebbene questo fosse il quadro con cui abbiamo iniziato, a metà sviluppo è nato un altro filone narrativo, che è il fulcro reale del gioco, ovvero la relazione con il tuo datore di lavoro, la paura del diventare indipendenti, e la difficoltà di fare una cosa del genere in Italia, in un mondo in cui gli errori li paghi caro. È stato un modo per noi di trovare catarsi.

  • Quando lo strozzino parla al telefono con il protagonista per chiedergli di restituire il denaro, afferma che anche lui è nei guai e che non fa lui le regole. Nel vostro immaginario, è una scusa o dice la verità?

Luca: La mia prospettiva, quando ho scritto quel dialogo, è che siano vere entrambe le cose. Anche lui è vittima di un sistema fiscale, istituzionale, e commerciale che gli mette un’esagerata pressione addosso. È un’emozione che abbiamo traslato su come ci sentiamo a vivere in Italia.

Però le persone hanno margine di movimento. Lo strozzino ti dice quella roba, ma ha scelto lui di fare lo strozzino. Tu sei in barca che peschi e non fai del male a nessuno, a parte i pesci. Anche se si è parte di un sistema, c’è un margine individuale dove ognuno può esprimere una posizione morale ed etica rispetto al sistema. Non credo nelle cause sistemiche come alibi.

Nicola: Io me lo sono sempre immaginato come i lavoratori dipendenti, che come noi non sono a capo di nessuno e fanno certe cose perché sono obbligate. Però ciò non vuol dire che faccia meno male. A fronte di un sistema problematico, abbiamo sempre la possibilità di decidere se entrarci o se provare a cambiare qualcosina. È doloroso, senza dubbio, fare certe scelte, però comunque margine mi sembra che ci sia.

  • Ad un certo punto, il pescatore pesca Cagliuso, un pesce in possesso di un occhio magico che porta prosperità, però ad altissimo prezzo. Cosa rappresenta per voi il personaggio di Cagliuso?

Nicola: Cagliuso è il nonnismo. Quello che fa le regole e ti sfrutta secondo le sue stesse regole. In Italia devi reputarti fortunato solamente nel poter lavorare, e la condizione nella quale lo fai non è importante, perché stai lavorando e di questo devi essere grato.

  • Grazie all’occhio magico in possesso di Cagliuso, il pescatore riesce a pescare pesci d’oro. Però, sulle ricevute di vendita, compaiono indizi: “Sei tu il pesce all’amo”.  “Non fidarti”. Chi è, per voi, l’autore di questi avvisi? 

Luca: Vengono un po’ dalle profondità, sono il recesso del passato che cerca di avvertirti. Quando abbiamo creato Loan Shark, abbiamo pensato di creare una fiaba, un cautionary tale. Ci sembrava che ci fosse sempre questo elemento tragico, uno sviluppo terribile, annunciato e visibile a tutti tranne che ai personaggi della storia. Il senso di queste scritte è rinforzare il messaggio, se non l’avessi capito, che stai per perdere, che stai per finire male. Però tanto non puoi farci niente, no? Perché non puoi cambiare il tuo destino all’interno del gioco. 

Se dovessi rispondere personalmente, secondo me i messaggi vengono da Ciruzzo. Ciruzzo rappresenta tutte le vittime del sistema che ti provano ad avvertire, e che sono anche un po’ arrabbiate. Ti fanno sentire a disagio, perché in un certo senso stai contribuendo al problema. 

  • Il povero Ciruzzo, una presenza che abita il fondo del mare, è la precedente vittima di Cagliuso. La morale della sua storia, secondo il pesce, è che la vita non è un gioco che puoi vincere. Cosa vi piacerebbe che il giocatore portasse via da questa vicenda?

Nicola: Per noi, la morale della storia è che Ciruzzo si è messo in una situazione difficile. Si è intestardito, ha deciso di lavorare indipendentemente, però era poco esperto e non si è dato il margine di respiro. Che è un problema, appunto, in un sistema in cui l’unico modo di fare il pescatore indipendente è quello di indebitarsi. Sostanzialmente era la nostra paura. Ci eravamo licenziati da poco, eravamo senza lavoro e stavamo provando a creare Loan Shark contro tutti i segnali che ci mandava l’universo. Ciruzzo eravamo noi tra un anno, se ci andava male.

Luca: Aggiungo, personalmente, io sono quasi in imbarazzo rispetto al finale. Perché poi, grazie a Dio, ci è andata bene. Ogni tanto mi chiedo: siamo stati pessimisti per il gusto di essere pessimisti?  Me lo chiedo anche in relazione al nostro pubblico. Ci sono tante persone che si sono connesse profondamente col gioco, e mi chiedo: le abbiamo solo rattristate? 

Noi con Loan Shark non volevamo dire ai nostri giocatori “non ce la farete mai”. Volevamo solo condividere con loro una paura che avevamo su uno scenario in cui abbiamo visto molte persone trovarsi e in cui avevamo paura di finire.

Siamo molto contenti quando i giocatori traggono spunti di riflessione o una catarsi emotiva dalle nostre storie. Perché, alla fine, quelli che offriamo sono scenari terribili, ma da esplorare comodamente all’interno del cerchio magico, dell’area di sicurezza.

  • La sezione di gioco per me più sconfortante è la trasmissione radiofonica finale, in cui lo speaker accusa il pescatore indebitato di essere un furbone scappato coi soldi per fare la bella vita. Cosa rappresenta per voi la voce alla radio? 

Luca: Abbiamo provato a metterci il peggio che questo Paese secondo noi ha da offrire. Alcune trasmissioni riducono tutto, anche le questioni più serie, a motivo di battuta. Quindi, quello che comunicano è che di questa storia orribile che hai vissuto in fin dei conti non frega niente a nessuno. 

Anzi, in questo Paese mi sembra che ci sia una cultura, nel bene e nel male, del dileggio e dello scherno. L’empatia la bruciamo sempre nel sarcasmo. La radio rappresenta, quindi, quelli che se la prendono con un povero Cristo solo perché è caduto un po’ più in basso di loro e si è fatto più male. C’è proprio un fastidio nei confronti di una generazione come la nostra che cerca di fare di tutto in uno scenario globale e nazionale assurdo.

  • Se voleste lasciare un messaggio finale ai vostri giocatori, quale sarebbe?

Nicola: È interessante come ci stavamo facendo mille paranoie sul come non ce l’avremmo fatta e poi in realtà, grazie a Dio, eccoci qua. Quindi viva il survivorship bias, che poi è alla radice del nostro Paese. Che è tutto uno schifo, però in fin dei conti, ma sì, si sta bene, no? C’è ‘u sule, ‘u mare.

Luca: Mi verrebbe da dire, parlando ai nostri coetanei, che secondo me la cosa migliore che possiamo provare a fare noi, come generazione, è cercare le nostre strade. Se noi ci fossimo lasciati trascinare dal fare le cose come si fanno spesso in Italia, oggi non saremmo qui, e spero che questo possa essere esteso a tutti i contesti professionali. 

Loan Shark è, quindi, una storia di necessità ma anche di desiderio. Per la verità, un desiderio senza troppe pretese: solo che là fuori ci sia qualcosa di più di un lavoro totalizzante e un continuo lottare per mantenere l’acqua sotto la gola. Per questo, Loan Shark rappresenta una preziosa fonte di riflessione per la generazione smarrita degli under 35 italiani. 

“Intanto tu, povera Italia, sei ancora più povera oggi.”

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