Articolo scritto da Adriano Grazioli

Premessa

Benvenuti, carissimi e carissime, in questo nuovo articolo qui su Play Better. Ciò di cui parleremo oggi, cari players, è un videogioco che crediamo possa essere per voi fonte e spunto di crescita personale.
Come avrete intuito, qui a Play Better facciamo le cose in grande, vi portiamo ricerche e dati scientifici a sostegno di ogni nostra singola tesi, questo in virtù del fatto che il gaming è ancora oggi un taboo. Lo abbiamo visto nella politica e nella parlata comune, questo mezzo ancora così terrificante è spesso usato come strumento per canalizzare l’attenzione del pubblico verso un mostro, uno spauracchio, un Frankeinstein da ardere per sublimare le paure della massa.
Come il pubblico, la massa, si arroga tale diritto di poter parlare a braccio, io, oggi, sento di voler fare lo stesso. Mi prenderò il privilegio di parlare di un titolo senza dover giustificare ogni mia singola parola, idea o sensazione: esprimere amore per un’opera d’arte, sia essa un libro, un film o un videogioco, deve poter essere libero.

Anche a noi spetta il diritto di esprimere un pensiero senza l’angoscia di allegare
una nutrita bibliografia per la gloria della scienza.
Parliamo la stessa lingua, quella di chi non conosce il mezzo, magari, solo per età, e sta cercando una via per innamorarsene oppure chi si rifugia dietro preconcetti perché è spesso più facile così.
Bene, filippica finita. Veniamo al dunque.


The Long Dark

Uscito in accesso anticipato nel lontano 2014 e lanciato ufficialmente nel 2017 su Steam, è un survival ambientato in una landa fittizia, Bear island, molto simile al Canada; i nemici in agguato, rispetto ai soliti giochi di questo genere, non saranno zombie o mostri di alcun tipo ma elementi reali come la fame, il freddo e animali selvaggi, insomma, come recita il sottotitolo survive the quiet apocalypse. Proposto inizialmente solo come una sandbox priva di storyline, nel giro di alcuni anni l’opera ha trovato una forma stabile da poter giocare divisa in due grandi categorie:

  • Una storia principale che ha come elementi cardine la resilienza umana, le relazioni e la piccolezza dell’uomo davanti alla natura, presentata come madre terribile;
  • Una modalità sopravvivenza priva di una narrativa che non fosse quella creata dal giocatore stesso, che si vede in pieno controllo delle sue azioni e sarà chiamato a pianificare le proprie mosse al fine di sopravvivere al freddo inverno di Bear Island.

The Long Dark (TLD) ha i tratti tipici di una vera e propria esperienza simulata che sceglie attivamente di mettere da parte alcuni elementi giocosi, che avrebbero potuto rendere l’esperienza accattivante per i più.


Cosa intendiamo con queste parole? Che TLD è un titolo lento, ponderato, che dà spazio al player di scegliere e di subire le conseguenze delle sue azioni.
Non si corre a perdifiato sulle bianche distese dell’isola, salvo non si stia fuggendo da un predatore o non si abbiano poi risorse per poter far fronte alla fame e alla fatica.
Addormentarsi in posti freddi senza avere un fuoco acceso significa non svegliarsi mai più a causa dell’ipotermia.



Al di là degli aspetti più tecnici, legati al gameplay, il titolo ha un potenziale immenso per svariati motivi molto più soft di quanto si possa intuire.
Viaggiare per l’isola implica spostarsi per lunghe distanza che richiedono di solito giornate da trascorrere in gioco.

Durante tutto questo tempo al giocatore viene dato lo spazio per fare.
Fare cosa? Bhé, l’attività per eccellenza dell’essere umano: pensare.

Che sia il pensiero legato alle attività in gioco o un pensiero orientato fuori dallo schermo di gioco, il player si troverà sempre in una condizione di libertà assoluta.


Come Psicologo clinico e dello sport, ho trovato quasi identiche (fatica fisica a parte) le sensazioni provate durante il gioco rispetto a quelle sperimentate durante le gite in montagna.


Anzi, è stato proprio in momenti di reclusione forzata, ad esempio durante la pandemia del 2019, che un titolo come questo ha saputo riportami in una condizione mentale di libertà totale: se con il corpo mi sono trovato confinato dentro le quattro mura di casa, con la mente stavo esplorando i ghiacci di Bear Island.

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Questo titolo è particolarmente adatto a chi è alla ricerca di nuove sensazioni e realistiche, capaci di evolversi dentro di noi senza mai sfociare nell’iperstimolazione che può accadere, invece, in titoli dove si è “costretti” a correre da una parte all’altra per non perdere le novità, i DLC, o eventi a tempo.


Uno dei principali benefici risiede nella percezione di controllo: pianificazione, scelte e decisioni dipendono interamente dal giocatore. Il senso di autoefficacia emerge in modo netto, sia quando si raggiunge una destinazione grazie al proprio intuito, sia quando si decide di cambiare rotta all’ultimo momento per esplorare e individuare risorse rare.


La presenza di aree prive di predatori, insieme alla possibilità di modulare la difficoltà, consente di focalizzarsi su elementi essenziali come la gestione del freddo e della solitudine. Il ritmo lento ma cadenzato favorisce una riscoperta della calma e della pazienza, dimensioni spesso svalutate nel design contemporaneo perché percepite come “noiose”.


Un ultimo punto, ma non per importanza, è la bellezza naturale alla quale sarete sottoposti costantemente: cascate, tramonti, bufere, canyon… Ogni singola parte di Bear Island nasconde tesori preziosi, siano essi risorse o sensazioni.

L’antitesi del gioco che preme il suo loop di funzionamento sulla dopamina cheap, l’opera che premia l’esplorazione per ciò che è: umana curiosità.


In conclusione, siamo di fronte a un titolo indie che, andando contro gli stereotipi del tripla A, propone un’esperienza più riflessiva e orientata all’interiorità del giocatore. Un’opera che merita attenzione per la coerenza tra design, ritmo e impatto psicologico, dando spazio alla nostra interiorità di emegere.

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