Cosa c’è davvero dietro il gaming disorder.

Articolo scritto da Federico Loda & Giuseppe Virgilio

Molto spesso accade che, nella quotidianità, si cada in banalizzazioni, estremismi e stereotipi. Abbiamo visto nell’articolo della Presidente Elena Del Fante che giocare molte ore non significa essere dipendenti, come nel caso degli esport (qui per leggere). Ma come appare una persona che soffre di isolamento sociale, e alla quale viene diagnosticato un gaming disorder?

Sarebbe bene distinguere i due fenomeni, che non sempre vanno di pari passo, e di cui uno non è necessariamente conseguenza dell’altro. Ritirarsi socialmente significa evitare in maniera radicale l’esporsi a vari ambiti vitali, pregnanti per l’individuo, come il lavoro, le relazioni sociali ed eventualmente interpersonali-amorose. La dicitura “gaming disorder”, o dipendenza da videogiochi, richiama invece una categoria diagnostica esposta dall’OMS nel manuale diagnostico ICD-11, che definisce un controllo ormai compromesso sull’attività di gioco, la quale assume rilevanza rispetto ai vari ambiti della vita personale. La differenza cruciale tra le due problematiche è che persone caratterizzate da gaming disorder non sempre si ritirano socialmente per esprimere questo comportamento disfunzionale. Si possono passare ore a giocare a Brawl Stars anziché lavorare proprio mentre si è in ufficio, così come studenti possono giocare online al ritorno a casa da scuola, ed interrompere la loro sessione di gioco solo a notte inoltrata, trascurando doveri e vita sociale. Concentrare la nostra attenzione sul gaming disorder come causa o come conseguenza principale di un ritiro sociale, rischia di essere riduttivo e fuorviante rispetto alle reali motivazioni di questo comportamento, che risiedono piuttosto in una percezione di sé come inefficace nell’affrontare la vita quotidiana e le sue sfide, i suoi dolori e amarezze.

Se pensiamo all’identikit di chi in adolescenza vive questa condizione, probabilmente ci immagineremmo un ragazzo maschio. Il fenomeno tende ad essere di maggior rilevanza sociale quando riguarda persone di sesso maschile, perché è stato tradizionalmente più osservato in questi soggetti, nonostante la percentuale femminile che sperimenta questa condizione sembrerebbe in aumento e sottostimata.

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Fattori di rischio e fattori di protezione

Quando si parla di disturbi in generale è importante evitare di effettuare diagnosi appellandosi solo a rigidi criteri diagnostici: in ogni patologia, come nel gaming disorder, va sempre fatta un’analisi caso-per-caso, altrimenti si rischia di incappare in errori di forma che possono costare molto alla persona.

Ecco alcuni fattori di rischio e di protezione che possono esporre o salvaguardare un individuo dal gaming disorder:

Rischio a) mancato sviluppo di life skills adeguate: questo può comportare un senso di vulnerabilità ed intolleranza all’esposizione delle inevitabili emozioni in cui si incappa quando ci si confronta con il mondo esterno, conducendo a rifugiarsi fra le mura della propria stanza e delegando alla sola realtà digitale l’espressione della propria sfera emotiva.

Protezione a) la presenza di contesti familiari o extrafamiliari che pongono un’attenzione a questi aspetti è sicuramente tutelante poiché fornisce all’adolescente maggiori strumenti da utilizzare quando si trova faccia a faccia con le proprie emozioni.

Rischio b) il mancato accostamento di attività e/o ambienti analogici a quelli digitali: le dimensioni dello spazio e del tempo si dissolvono nei contesti digitali e, se questo può avere diversi vantaggi (es. lo stato di flow) da un lato, dall’altro, può creare delle dissonanze importanti che confondono il ragazzo e lo gettano in uno stato di ansia quando deve confrontarsi con i limiti fisici imposti dal mondo digitale. 

Protezione b) equilibrio i due mondi: così da creare un equilibrio e un’alimentazione reciproca delle due parti, in favore di uno stile di vita maggiormente integrato.

Il problema non è il videogioco. Il problema è quando diventa l’unico spazio in cui sentirsi efficaci.

Motivazioni: Che cosa spinge al ritiro sociale e alla dipendenza?

Chiedersi cosa motivi un individuo a non uscire di casa per ricercare compulsivamente esperienze di gioco online, significa chiedersi come mai non riesca a provare altrove il piacere derivante da quest’attività

In altre parole, si ha dipendenza quando i videogame diventano l’unica forma di compensazione di necessità identitarie percepite come urgenti e irrealizzabili nella realtà. Un avatar sfaccettato, bello, arricchisce un’immagine di sé impoverita, e contribuiscono alla sperimentazione, da parte del gamer di senso di controllo efficace e positivo nei videogiochi, aiutando a compensare quella di mancanza di agency nella propria vita presente nella propria vita reale.

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